PROFESSIONE COACH: UN PO' DI CHIAREZZA
Nato negli USA intorno agli anni ‘80 come metodo utilizzato in ambito sportivo, il coaching si è subito diffuso in tutto il mondo e si è trasformato molto velocemente in una vera e propria professione. Quella del coach è oggi una professione molto diffusa, ma che ha background culturali e formativi estremamente diversi.
In Italia la professione di coach è in forte espansione da alcuni anni, ma ad oggi non esiste un riconoscimento legislativo della professione, non esistono cioè percorsi o scuole “istituzionali” e riconosciute dallo Stato, che portino al titolo formale (diploma/laurea) di Coach.
Per diventare Coach è sufficiente possedere una specifica certificazione ottenuta da una delle tante scuole di coaching, senza avere tuttavia una particolare formazione accademica e/o esperienza professionale.
Oggi le principali scuole di coaching propongono un percorso formativo, per lo più di impostazione americana e che si confonde spesso con la PNL. Le caratteristiche del coaching sono così spesso definite per differenza rispetto ad altri metodi più conosciuti, quali la l’empowerment, la PNL, il counseling ed addirittura la psicoterapia, piuttosto che per una propria identità specifica; tutto questo naturalmente rischia di snaturare completamente la vera “sostanza” del coaching.
In Italia il panorama sull’attività di coaching è quindi molto difficile da interpretare ed i contenuti e gli interventi sono lasciati spesso alla singola iniziativa dei professionisti, contraddistinti da estrema varietà di proposte, formative e commerciali a volte molto confuse ed improvvisate.
In sostanza molti parlano di coching, ma pochi lo sono veramente.
Oggi quindi l’unica garanzia che un coach può dare e quella data dalla propria autoregolamentazione ?!?!
In Italia esistono diversi enti Internazionali (ICF oppure IAC), privati, che attraverso le rappresentanze locali italiane (Federazione Italiana Coaching) prevedono una sorta di riconoscimento/certificazione del titolo di “Coach”. Bisogna però sottolineare per chiarezza, che si tratta di certificazioni fornite da “un privato” e non un riconoscimento pubblico; di norma poi questi enti seguono criteri validi negli USA che spesso, non riescono ad adattarsi pienamente alla realtà europea ed italiana.
La necessità di chiarezza quindi nel comprendere con esattezza che cos’è il coaching e chi è il coach diventa a questo punto prioritaria.
Il coach non è uno psicologo e tanto meno uno psicoterapeuta.
Il coach si occupa di persone “sane” aiutandole a raggiungere il propri obiettivi ed a migliorare le proprie performance personali e professionali. Il ruolo del coach è quello di accompagnare le persone alle condizioni ottimali affinché queste possano sfruttare al meglio le loro potenzialità al fine di migliorare la propria vita.
Il coach non è un consulente, cioè non è un “tecnico” chiamato ad entrare nel merito dei problemi specifici, anche perché il coach non ha competenze tecniche specialistiche (al di fuori di quelle legate alla sua attività di coach) non dà consigli o soluzioni come invece è richiesto ad un consulente.
Il coach non è un couselor: spesso il coaching viene venduto come counseling, ma tra i due ruoli e le due tecniche c’è una certa differenza. Il counselor si occupa di favorire le soluzioni dei disagi esistenziali di origine psicologica della persona, attraverso una relazione d’aiuto. Il coach non si occupa del disagio psicologico della persona, il coach supporta il coachee ad intervenire nella realtà ed a agire concretamente. Insomma il coach non porta soluzioni, non cura, non da consigli, non educa, non trasferisce competenze, non porta modelli da seguire.
Cosa fa quindi il coach?
Il coach accompagna il coachee verso un percorso di crescita, fondamentalmente attraverso un aumento della propria autoconsapevolezza, della propria responsabilità fino alla gestione del cambiamento.
Il coach aiuta il coachee a identificare i propri obiettivi e a definire il piano di azione per raggiungerli. Il coach quindi non ha propri modelli da proporre, non ha soluzioni, non propone, non insegna non trasmette nozioni; insomma IL COACH E’ VUOTO!, cioè si avvicina all’altro, senza nessun desiderio ed intenzione di portare le proprie idee e la propria esperienza.
Ma come interviene quindi il coach sul coachee?
Il terreno privilegiato di intervento del coach sul coachee è la relazione e poi la comunicazione.
Il coach accoglie, utilizza l’ascolto empatico, crea un rapporto di fiducia e costruisce con il coachee un’ alleanza di lavoro. Attraverso un rapporto aperto, trasparente e di fiducia e rispetto la coppia coach/coachee lavorano concretamente sul comportamento del coachee, sui piani di azione per definire nuovi comportamenti e quindi raggiungere nuovi obiettivi concreti.
All’inizio di ogni percorso di coaching c’è sempre la definizione degli obiettivi che il coachee vuole raggiungere, alla fine di ogni singola seduta di coaching c’è sempre un piano di azioni/comportamenti da sperimentare per raggiungere i propri obiettivi.
Un percorso di coaching inizia sempre con una “relazione forte” tra coach e coachee.
Il percorso del coaching finisce sempre con una performance, migliore, del coachee.
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